VENANZIO QUAGLIA

Venanzio Quaglia
Casato ǴUKET
Natoa Resia nel 1920
Arrotino
Venanzio Quaglia nacque a Stolvizza di Resia il 7 novembre 1920, primogenito di Venanzio Quaglia e Luigia Buttolo. La vita mise presto lui e la sorella Gesulina, di due anni più giovane, a dura prova con la morte del padre, avvenuta nel 1932. Il dodicenne Venanzio venne affidato dalla madre allo zio Luigi Buttolo, arrotino di mestiere, che gli insegnò con pazienza e dedizione tutti i segreti di un lavoro antico, fatto di sacrifici ma anche di incontri quotidiani con le persone. Zio e nipote lavorarono insieme a Codroipo e nei paesi vicini, dove Luigi era conosciuto e stimato. Crescendo, Venanzio sentì tuttavia il desiderio di vedere nuovi orizzonti e conoscere altre realtà; per questo, raggiunta la maggiore età, partì con la sua bicicletta e i suoi ferri del mestiere verso le province di Modena e Mantova, portando ovunque la sua abilità. In quelle terre trovò umanità e accoglienza: una porta sempre aperta, un piatto caldo condiviso e un riparo per la notte. La guerra interruppe bruscamente quel cammino, ma non spense il suo spirito. Il 18 aprile 1944 venne catturato e deportato nei campi di concentramento di Mauthausen e Dachau. Terminato il conflitto, fortunatamente riuscì a fare ritorno nella sua amata Stolvizza, dove sposò Libera Quaglia e costruì, con amore e sacrificio, una famiglia numerosa. Continuò a svolgere il mestiere di arrotino fino ai primi anni Sessanta; con il tempo comprese però, con amarezza, che quel lavoro non bastava più a garantire un futuro sereno alla moglie e ai cinque amatissimi figli. Con coraggio prese allora una decisione difficile: emigrare in Germania, a Plochingen, vicino a Stoccarda, dove lavorò per tredici anni come operaio, lontano dalla sua terra e dai suoi affetti. Nel 1976 tornò finalmente nella sua amata Stolvizza, che rimase sempre nel suo cuore anche quando la vita lo costrinse alla lontananza e alla quale dedicò, negli anni dell’emigrazione, una poesia. Nella fotografia vediamo Venanzio in sella alla sua bicicletta, fedele compagna di vita, davanti alla casa museo e al mausoleo di Guglielmo Marconi.