Valdobbiadene 2016

L’ARROTINO di nonna rachele

Veniva una volta al mese in bicicletta. Si sentiva da lontano la sua possente voce che gridava: arrotinooo,arrotinoooo,forbici e coltelli.

Giunto in loco trasformava la bicicletta, la montava su un cavalletto, inseriva la mola che azionava poi mettendosi a pedalare velocemente.

Tra le scintille, i vari utensili diventavano lucidi e taglienti.

Finito di servire i normali clienti si trasferiva davanti alla macelleria dove aveva molto lavoro e dove a mezzogiorno era sempre invitato a pranzo.

Mentre lavorava a volte cantava. Come tutto è relativo, dava l’impressione di essere contento della vita che conduceva. Forse la felicità sta nel sapersi accontentare, ma questa facoltà è stata molto persa di vista.

IL VENDITORE DI SOGNI. Si chiamava Mario, era giovane e intraprendente, elegante, azzimato come se dovesse andare a una festa; cavalcava un motorino scoppiettante, che era forse scassato, ma che nessuno possedeva nelle vicinanze. Io avevo undici o dodici anni quando apparve questa novità. Arrivava il sabato, vendeva dispense di romanzone a puntate a forti tinte. Mamma mi proibì di diventare sua cliente, in teoria, perché di fatto mi misi d’accordo con la Fernanda, figlia del macellaio, per dividerci spesa e lettura. A lei il padre aveva ricavato da un’altana la sua camera da letto raggiungibile con una scala a chiocciola.

Era il regno che le invidiavo perché non subiva le perquisizioni della madre che essendo cento chili non vi si avventurava.

Prestavamo poi le dispense alle amiche che non avevano potuto comprarle. La domenica alla uscita dalla messa, sul sagrato, facevamo lunghe sedute per commentare le mirabolanti avventure e pronostici su cosa sarebbe accaduto nel numero successivo.

Durò due anni, poi ci stancammo, nel frattempo eravamo cresciute. Anche voi vi siete stancate? Consolatevi questa è l’ultima puntata degli ambulanti.
Nonna Rachele

Reggio Emilia 28-11-2009

FONTE http://blog.libero.it/nonnarachele/

NON SOLO ARROTI MA ANCHE OMBRELLAI

Molti arrotini riparavano anche gli ombrelli rotti e mancanti di qualche bacchetta o con it manico lesionato.
In passato, infatti, l’indigenza diffusa faceva si che una famiglia potesse permettersi I’acquisto di un solo ombrello che i vari componenti del nucleo utilizzavano a turno, favorendo un’usura più rapida dell’oggetto.

Questo fatto, oltre all’antica mentalità di non buttare via nulla, giustificava la presenza di questo prezioso lavoratore il cui fascino resiste al passa re del tempo e all’obsolescenza.
Questi portava con se un’attrezzatura costituita da pinze di ferro, filo di ferro, stecche di ricambio, pezzi di stoffa, aghi, filo e spaghi di vario genere.
Il tutto contenuto in una cassetta di legno su I la quale l’uomo sedeva durante Ia sua attività ma non era ne semplice, ne breve. II messaggio di questo artigiano era: “tutto si ricicla, tutto e riparabile” e lo dimostrava armeggiando ogni giorno con la pinza sui pezzi metallici o sul manico dell’ombrello, aggiustando la tela o cambiandola totalmente.