GLI ARROTINI AMBULANTI (BRÜSARJI)


Una delle attività che abitualmente esercitano tanti uomini e giovani di Resia, specialmente della frazione di Stolvizza, è quella dell’arrotino ambulante. à un mestiere poco comune, riservato solo a certi veramente appassionati, proprio della gente della montagna, dove non si ha modo di apprendere altre arti.
E’ facile a impararsi, non richiede il possesso di capitali, né particolare perizia.
Basta avere un po’ d’ingegno, spirito di sacrificio e sopportazione, e darsi da fare.

E’, però, un mestiere umile, che comporta i sacrifici e molti strapazzi. Egli deve lasciare la famiglia, andare per il mondo senza una meta fissa, rimanere assente per lunghi periodi e ritornare a casa per breve tempo soltanto in certe occasioni, per le feste tradizionali del paese, e all’epoca della falciatura.

L’arrotino gira per vaste zone, spostandosi continuamente, richiamando l’attenzione delle massaie al prolungato grido annunciante il suo arrivo, pieno di coraggio ed entusiasmo, onesto e preciso, sempre ossequiente alle leggi e alle autorità.

Dopo aver raccolto coltelli e forbici presso le famiglie, si mette in un angolo appartato di qualche piazza, o sotto qualche porticato, e comincia di buona Iena il suo lavoro sulla sella della sua strana e particolare bicicletta, sulla quale è montata l’attrezzatura del mestiere, consistente nella mola più grande per affilare e una più piccola a smeriglio per lucidare gli utensili resi taglienti.
Appeso più in alto c’è anche un piccolo recipiente arrugginito contenente acqua colante a gocce sulla mola mentre gira vorticosamente,
azionata dal pedale. Sul portapacchi sistemato sulla parte ante-riore del velocipede, legata con spago, c’è la cassetta degli attrezzi, e un’altra, contenente qualche indumento e la coperta, è collocata sul portapacchi posteriore.
Nel lontano passato gli arrotini si spostavano da una località all’altra con gli arnesi di lavoro racchiusi in una cassetta portata a spalla (krama), poi subentrò il carretto a due ruote (krosma).
Dopo l’ultima guerra la bicicletta ha sostituito il carretto a due ruote spinto a mano, esso pure attrezzato per il mestiere, che ancora 20 anni fa era in dotazione di tutti gli arrotini, e che ora solo pochi anziani adoperano ancora. Questo della bicicletta è stato un grande passo avanti per la categoria: si fa meno fatica per spostarsi e si ha modo di percorrere un territorio più esteso, con più tempo da dedicare al lavoro, e più occasioni per trovarlo.

Così di paese in paese, di piazza in piazza, sempre avanti anchenelle intemperie, arrancando faticosamente con la pesante bicicletta, o trascinando il carretto, finché lo coglie la sera, stanco sfinito.
Allora si rifugia presso il contadino di sua conoscenza che lo rifocilla, in cambio di qualche prestazione, e lo alloggia per la notte sui granai d’estate, nella stalla, al caldo con le bestie, d’inverno.

Gli arrotini di Resia arrivano dappertutto, si sparpagliano ovunque, lavorando isolati, in autonomia, senza farsi concorrenza.
E ci sono quelli più anziani che girano nei paesi di campagna, e quelli che preferiscono lavorare in città.
Nel secolo scorso e negli anni antecedenti la prima guerra mondiale, gli arrotini resiani si erano portati fino nelle più remote località dell’Europa orientale e meridionale.
Uno, Simeone Siega, di Oseacco, in una lunga peregrinazione durata anni, fra avventure e pericoli di ogni genere, aveva attraversato, lavorando lungo l’itinerario, tutti i Balcani, arrivando al Bosforo, passando poi in Turchia, e attraverso l’Anatolia e la Siria, a Gerusalemme.

Così botteghe artigiane di arrotini resiani sorsero un po’ ovunque, nelle città dell’impero austro-ungarico, della vecchia Serbia e della Romania. Altri batterono le zone più vicine del Friuli, della Slovenia e della Croazia. Un coraggioso resiano di Lischiazze, Giuseppe Trancon, stabilitosi a Sopron, in Ungheria, e colà dimorante con una bella bottega per diversi decenni era l’arrotino di fiducia della casa imperiale di Austria avendo amici conti e duchi e fra la grande nobiltà.

Contemporaneamente al lavoro di arrotino alcuni facevano anche
gli stagnini, riparando pentole e caldaie di rame e gli aggiusta ombrelli.
Certi arrotini possedevano una particolare tecnica di lavorazione e avevano l’attrezzatura idonea per lavorare per conto degli ospedali, rendendo taglienti gli strumenti chirurgici, e questa era arte.

(Tratto da: Aldo Madotto Pagine di Storia Resoconti di Vita Resiana 11 1961 —1970 pag. 48)