LIBRO: VITA DA… ARROTINI

VITA DA ARROTINI

L’osteria del comune

Lo zio non aveva ancora compiuto diciotto anni. Doveva tornare “fuori” per svolgere l’attività di arrotino per aiutare i genitori al mantenimento della famiglia.

“Fuori” è il termine che si usa ancora oggi quando ci si allontana da casa per uscire dalla valle alla ricerca di lavoro.

Il fratello più anziano era sposato da pochi anni e doveva provvedere al mantenimento della nuova famiglia, l’altro fratello era partito per svolgere il servizio di leva e quindi rimanevano due sorelle, la più anziana che aiutava nei lavori di casa, nei campi e nell’accudire gli animali e la più giovane della famiglia ma ancora piccola per certe attività “casalinghe”.

C’erano quindi lui e il nonno che dovevano provvedere per guadagnare il denaro che serviva per quelle necessità che la vita in valle non poteva provvedere.

L’attività era quella di arrotino ambulante che si svolgeva in giro per il nord Italia. L’anno prima si era spinto, insieme al padre, fino in Emilia e là avevano trovato una zona proficua per quest’attività e pertanto avevano fissato la loro dimora in quel di Bologna.

Avevano trovato alloggio presso una disponibile famiglia di contadini di origine Veneta, dove avevano lasciato in deposito l’apparecchiatura da lavoro.

L’apparecchiatura da lavoro era costituita da una bicicletta adattata per sostenere la mola e il meccanismo che permetteva di farla girare con l’ausilio dei pedali.

Per far girare la mola, a bicicletta ferma, la catena che collegava la corona dentata dei pedali e la ruota posteriore veniva sganciata e al suo posto inserita una catena che con doppio rimando s’innestava sulla corona dentata imperniata sulla mola; il doppio rimando serviva per aumentare i giri della mola rispetto a quelli dei pedali.

La mola di circa una trentina di centimetri di diametro e tre o quattro centimetri di larghezza, andava sostituita periodicamente a causa del consumo.

Avevano trovato in Padova un’azienda che le costruiva; la qualità era buona e la località era abbastanza comoda perché sulla linea di percorrenza durante lo spostamento dal Friuli verso Bologna.

Con l’apparecchiatura installata sulla bicicletta, si arrotavano forbici, da casa, da sarta, per tosare le pecore, per potare; coltelli di ogni sorta, rasoi e quant’altro non richiedesse la precisione di un’apparecchiatura meccanica.

Quando il lavoro di affilatura scarseggiava, si proponevano anche come aggiusta ombrelli.

Erano attrezzati con manici e bastoni nuovi, mentre le aste di ferro, “bacchette”, che sostenevano la tela erano recuperate da vecchi ombrelli non più aggiustabili.

A causa delle diverse misure delle bacchette la scorta doveva essere consistente.

I bastoni e le aste, o bacchette, erano raccolte in un fascio, di una decina di centimetri di diametro, che era posto nella parte posteriore della bicicletta sotto la sella di traverso; l’infelice…

L’osteria del comune

Lo zio non aveva ancora compiuto diciotto anni. Doveva tornare “fuori” per svolgere l’attività di arrotino per aiutare i genitori al mantenimento della famiglia.

“Fuori” è il termine che si usa ancora oggi quando ci si allontana da casa per uscire dalla valle alla ricerca di lavoro.

Il fratello più anziano era sposato da pochi anni e doveva provvedere al mantenimento della nuova famiglia, l’altro fratello era partito per svolgere il servizio di leva e quindi rimanevano due sorelle, la più anziana che aiutava nei lavori di casa, nei campi e nell’accudire gli animali e la più giovane della famiglia ma ancora piccola per certe attività “casalinghe”.

C’erano quindi lui e il nonno che dovevano provvedere per guadagnare il denaro che serviva per quelle necessità che la vita in valle non poteva provvedere.

L’attività era quella di arrotino ambulante che si svolgeva in giro per il nord Italia. L’anno prima si era spinto, insieme al padre, fino in Emilia e là avevano trovato una zona proficua per quest’attività e pertanto avevano fissato la loro dimora in quel di Bologna.

Avevano trovato alloggio presso una disponibile famiglia di contadini di origine Veneta, dove avevano lasciato in deposito l’apparecchiatura da lavoro.

L’apparecchiatura da lavoro era costituita da una bicicletta adattata per sostenere la mola e il meccanismo che permetteva di farla girare con l’ausilio dei pedali.

Per far girare la mola, a bicicletta ferma, la catena che collegava la corona dentata dei pedali e la ruota posteriore veniva sganciata e al suo posto inserita una catena che con doppio rimando s’innestava sulla corona dentata imperniata sulla mola; il doppio rimando serviva per aumentare i giri della mola rispetto a quelli dei pedali.

La mola di circa una trentina di centimetri di diametro e tre o quattro centimetri di larghezza, andava sostituita periodicamente a causa del consumo.

Avevano trovato in Padova un’azienda che le costruiva; la qualità era buona e la località era abbastanza comoda perché sulla linea di percorrenza durante lo spostamento dal Friuli verso Bologna.

Con l’apparecchiatura installata sulla bicicletta, si arrotavano forbici, da casa, da sarta, per tosare le pecore, per potare; coltelli di ogni sorta, rasoi e quant’altro non richiedesse la precisione di un’apparecchiatura meccanica.

Quando il lavoro di affilatura scarseggiava, si proponevano anche come aggiusta ombrelli.

Erano attrezzati con manici e bastoni nuovi, mentre le aste di ferro, “bacchette”, che sostenevano la tela erano recuperate da vecchi ombrelli non più aggiustabili.

A causa delle diverse misure delle bacchette la scorta doveva essere consistente.

I bastoni e le aste, o bacchette, erano raccolte in un fascio, di una decina di centimetri di diametro, che era posto nella parte posteriore della bicicletta sotto la sella di traverso; l’infelice…


PER MOTIVI EDITORIALI PUBBLICHIAMO LA PAGINA N°2 E LA COPERTINA.

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