“UNA VENEZIA … INTORNO AL POZZO.”

Di Venezia si dice e si è detto tutto … o quasi. C’è da dire quella qualunque, spesso volutamente non detta, ma per questo non meno curiosa, sebbene lontana dalle maiuscole e pompose vicende storiche che ben conosciamo.
E’ una Venezia con le buche per strada e le fognature scoppiate che racconta delle polpette rubate da dietro il vetro del bancone di un Bacaro di Rialto, inventandosi ogni volta di tutto e mille pretesti per far allontanare l’ostessa quanto bastava. Storie di vino annacquato e venduto sfuso travasato pazientemente da damigiane di campagna dentro a bottiglioni portati solennemente a braccia da bambini smunti e quasi cenciosi attraverso le solite callette, i ponti e le corti arcane e ombrose di sempre.
Non si tratta quindi della Venezia dei Palazzi e dei Dogi, del Ponte dei Sospiri e di Rialto, della Piazza delle Piazze con la Basilica dorata, né è quella dei Nobili Mercanti che hanno percorso e solcato in lungo e in largo l’Europa e il Mediterraneo. E’ una Venezia “casalinga”, un po’ “fuori porta”,inusuale, senza facciata e da retrobottega, con i vetri rotti delle finestre sostituiti da fogli di plastica trasparente o pezzi di cartone, e le rive e i gradini coperti di verde franati giù in acqua. Una Venezia di periferia ma non secondaria, apparentemente senza storia, vista in controluce e filigrana, nascosta fra calli e callette strette come capillari labirintici in cui perdersi, canali tortuosi dalle “acque morte”, a volte finiti del tutto in secca con la barca rimasta storta appoggiata sul fango.
Per certi aspetti, è un “tipo” di Venezia che oggi non c’è più ed è stata in gran parte trasfigurata, evacuata e cancellata, integrata e resa “altro e incolore”, come se un immaginario rullo compressore avesse macinato e livellato tutto: persone, eventi e cose. Dico di una città lagunare vissuta da popolani qualsiasi, uomini e donne alacri, Artigiani, Lavoranti, Marinanti e tanta gente senza volto nè nome dediti a vivere … punto e basta.
Sono, anzi, erano quei Veneziani vispi, vividissimi e arzilli, senza dei quali non sarebbe potuto accadere tutto quanto è accaduto nei secoli qui in Laguna. Gente schietta, a volte aspra e ruvida, tutta intenta soprattutto a procacciarsi il “pane quotidiano”, del tutto disinteressata ad apparire e primeggiare e lasciare tracce nella Storia.
Una Venezia fatta di lavoro e cantieri rimasti aperti per anni, edilizia popolare approssimativa e a volte abusiva con i camini fumosi aperti in calle a mezza altezza su grossolani buchi dei muri … e “posti barca” eternamente contesi nei canali dimenticati e senza uscita che non portano da nessuna parte. Una città di persone che s’assomigliano un po’ tutte … Quei Veneziani che si recavano al lavoro per una vita intera in maniera sempre uguale, senza squilli, “automatica”, attraversando albe piene di rondini e tramonti infuocati ma senza coglierli e gustarli. Un eterno uscire al mattino e rientrare a sera, percorrendo sempre la stessa strada, ripetendo ogni giorno le stesse cose … Donne casalinghe dietro e dentro a quei muri del tutto simili, tutte intente a correre dietro alla squadra dei figli, con la casa eternamente sfatta da pulire e risistemare, il pensiero fisso alla lavatrice da riempire o il bucato da stendere da una parte all’altra della calle, le spese da comprare e trasportare, la montagna mai appianabile delle cose da stirare … dentro a estati torride e sudate piene di zanzare da scacciare.
La Venezia accattivante e romantica dei turisti da ospitare ed accalappiare sembra sempre accadere altrove, sull’altra riva dall’altra parte del canale … lontano, forse solo a Rialto e in Piazza San Marco. Ricordo di quei Veneziani che ignoravano l’autunno pieno di mestizia e di tonalità tiepide tinta pastello che immagavano i pittori per le strade … ma vedevano benissimo l’inverno nebbioso, rigido e piovoso, con i vaporetti che non vanno mai e l’acqua alta fino e oltre alle ginocchia e fin dentro a casa … che sembra non voler scendere mai.
Una Venezia sempre uguale dei pensionati borbottanti e sdentati che camminano lenti ciabattando lungo le fondamente dritte che sembrano non finire mai davanti e dietro a loro passi … stretti dentro ai loro vestiti larghi fuori moda, a capo chino, pensierosi, intenti a far di conto con la magra “minima sociale”.Una città lagunare scanzonata, pratica, che la sa lunga … scarsa di elegante galateo, irriverente e dal linguaggio sciolto e sboccato. Qualche volta trasgressiva, disponibile “al miglior offerente” per necessità e per mancanza d’alternative più che per deliberata e lucida scelta.
Veneziani dediti di certo “alla causa di Venezia”, fedeli, ligi, devoti, tifosi quasi fanatici dello sport, delle regate e delle Feste pubbliche espressioni rimanenti della grande Serenissima che non esiste più … Una Venezia d.o.c., talvolta un “po’ bassa” e povera di cultura, dedita soprattutto a lavoro, affetti e semplice“campare” … desiderosa che ogni anno ritorni il tempo di tornare in Spiaggia al Lido, di celebrare la Festa del Redentore con i “Balòni e i Foghi”, i fasti di San Marco in Bòcolo, la Sensa di Venezia Regina che ha sposato e vinto i Mari, la Madonna della Salute con la candela e la castradina, Nadàl con le sue magiche atmosfere e i regali, Carnevale con le Marie, il Volo della Colombina che è diventata l’Angelo … e maschere, frittole, castagnole e galani, coriandoli e stelle filanti ormai capaci di durare tutto l’anno …

Erano e sono migliaia questi Veneziani di Contrada, spoliticizzati e un po’ disillusi che non vanno più a votare. Arrabbiati con i politici che considerano tutti imbroglioni a prescindere dal colore e dalla tessera, e senza peli sulla lingua li caricano d’epiteti e li canzonano per strada, sputano loro dietro e addosso a imitazione e in sintonia con quelli di Terraferma a cui riesce più facile scaricare un carro di letame davanti alla porta di casa di chi è stato smascherato ed è andato in disgrazia a molti … Sono quei cittadini che si sfogano affidandosi ad altro: magari al Lotto, alle Lotterie e al Casinò … alle scommesse, ai Gratta e Vinci di turno, e perché no ? … alle macchinette mangiasoldi da cui si spera di tirar fuori finalmente un colpo della Dea Fortuna …
Veneziani sognatori che sperano e sognano sempre di andare presto in pensione, riempiono i discorsi di ogni giorno con calcoli, finestre, percentuali ed uscite sognando di dedicarsi a viaggiare:
“Farei la bella vita … leggerò il giornale al bar di sempre davanti ad un Spritz o un Prosecchetto … oppure andrò a pescare con la canna in riva o in barca da mattina a sera … senza scadenze e impegni se non quello di morire…”

Sono quei Veneziani ultimi di una folla eterogenea, talvolta sgargiante ed esuberante, che riescono ancora a raccontarti della miseria e della fame del “Dopoguerra”. Quelli che si vestono ancora “a festa” alla domenica, indossando abiti fuori moda, mentre durante la settimana indossano generici connotati e atteggiamenti da “proletari”, perché sono stati gli ultimi che hanno per davvero lavorato in questa città prima che chiudessero per sempre le ultime lavorative dei cantieri della Giudecca.
Sono “i reduci e le reduci” dei tempi delle Tabacchine, delCotonificio, del Macello, della Fabbrica dei Cereri e dell’Arsenale. Oppure sono stati pendolari fino a Marghera:Montefibre, Breda, Montedison, o nelle Vetrerie e Conteriedi Murano … Gli ultimi Pescatori, gli Spazzini e i Postini di un tempo simili a guardie di quartiere che sotto alla pioggia sapevano tutto di tutti come i Barbieri e le Parrucchiere.
Fra questi c’erano anche i Gondolieri, quelli di un tempo però, non quelli benestanti di oggi, quelli che consideravano la barca, i canali, Venezia, la forcola e i remi quasi un prolungamento, un allargamento di se stessi. La tribù dei Camerieri, degli Esercenti dei bar e delle vecchie Osterie, gli addetti ai servizi degli alberghi dagli improbabili Portieri di Notte tuttofare capaci di parlare ogni lingua del mondo a gesti, i Facchini eTiracarretti, le “inservienti e destrigaletti dei piani” … Tutto un mondo a parte, fatto di servizi e salamelecchi, moine, gentilezze, riverenze, mance e opportunità.
E poi: gli Ambulanti di una lunga lista di mestieri scomparsi che si trascinavano in giro per Venezia con i loro volti caratteristici e originali capaci di procurare di che vivere a intere famiglie per diverse generazioni.
Venezia con i “Venditori di grano” per i colombi in Piazza San Marco, i Lustrascarpe sotto ai portici, “l’omino dei croccanti” e dolcetti caramellati ai piedi del ponte della Paglia, i Venditori di carbone con la gerla in spalla, Squeraroli eRemeri, l’“orbo cantastorie”, cieco, che cantava storie e pezzi di lirica ai piedi del Ponte di Rialto ponendosi in pendant a quello che offriva solo biglietti della Lotteria di turno.
Frittolere e Frittoline in chioschetti s’alternavano a Venditrici di minestre, “succabarucca”, Granitere e Gelataie, Caldarostaie e Marronare. Nelle barche dentro ai canali passavano gli ambulanti delle Angurie, Cocco, Olio, Ghiaccio… mentre le Bigolanti vendevano per strada semplicemente acqua. Agli angoli di alcuni campi c’erano le Fioraie, le Venditrici di uova e verdure oppure alla rinfusa: i Venditori di bottoni nastri e “stricche-balacche” … e lì, intorno al pozzo e alla fontana si lavava la biancheria dentro tinozze di legno e zinco e ci si spartiva la vita e i pettegolezzi su tutto il mondo.
Era uno spettacolo osservare le donne col di dietro in aria ondeggiante mentre chine dentro ai grande mastelli pieni di panni affogavano il bucato dentro a mille schiume, lo alzavano pesante e grondante, “spazzettavano” e strizzavano energicamente in aria con braccia muscolose tese e visi imperlati dal sudore e dalla fatica … ma sorridenti.
Altri “solitari della professione” offrivano in giro per Venezia solo attaccapanni, cartoline sfuse ai turisti, gondolette scontate perché affette da invisibili difetti, oppure con sombrero in testa e grandi baffoni uncinati e una cascata di vocaboli improbabili storpiati in “multilingua” e privi di senso, vendeva taccuini e portafogli di bassa qualità ma rigorosamente con la scritta: “Venezia”.
Sulla porta di casa o in bottegucce asfittiche lavoravano indomite Merlettaie, quelli che confezionavano a mano ciabatte e “Furlanine”, Calzolai, Stramassèri-Materassai, Tappezzieri, Fravi, Careghèta, Botteri, Robivecchi, Lustrini e Sarti … I Vigili Urbani, Carabinieri, Pompieri, Ambulanze e Pompe Funebri andavano in giro e si spostavano rigorosamente in barca a remi, l’Ombrelletta-arrotino ossia il“Guètta” girovagava per ogni Contrada insieme al “Tacabanda” con piffero, tamburo e piatti attaccati ai piedi e braccia incrociandosi con garzoni fischiettanti con le gerle del pane in spalla o con ceste e vassoi cariche di dolci portati in equilibrio sulla testa.
In Campo San Bortolo, per le Mercerie o davanti a Calle della Bissa, o ai piedi del Ponte dell’Accademia gridavano gliStrilloni dell’edizione dei giornali della sera, sul bordo dei canali sostavano i “Gansèr” di professione per accalappiare e accostare le barche.
Esistevano ancora i “Fittabatèle”, “Battipalo e Scavanacali”, Spazzacamini e Spazzini biscottati dal sole o con lucide cerate sotto gli scrosci della pioggia, portando a spasso scope di saggina e bidoni ammaccati, unti e puzzolenti su carriole inverosimili che sembravano finestre con le ruote … S’aggiravano come presenza costante riconosciuta da tutti da prima dell’alba al tramonto per calli e campielli, su e giù per i ponti e per ogni angolo e anfratto nascosto della città finendo ogni giorno a “squacquarare” in osterie e bettole di cui facevano il giro completo … mentre fuori circolavano ad ogni ora le “Mamme dei gatti” sempre pronte a nutrire flotte numerosissime di corpulenti e pigri “Mici” randagi che erano i veri padroni e re della contrada e della città, sovrani indiscussi sui topi e pantegane, capaci anche di tenere in soggezione cani e qualche volta anche i “Cristiani”.
Tutto questo accadeva in una Venezia dai muri scrostati, condomini anonimi dalle scale erte e pavimenti dondolanti ancora in legno, aree cittadine ancora prive di fognature e di pavimentazione stradale, cavi del telefono pendenti come festoni da una parte all’altra su cui ci si allacciava in tanti alternandosi nella comunicazione … In certe periferie si rammendavano le reti per strada asciugandole al sole, stendendole sulle rive o appendendole ai muri delle case …. Ci si riforniva sottocasa di tutto quanto serviva per vivere entrando in bottegucce minuscole e buie ma benfornite, in cui si andava a comperare facendo annotare la spesa su un quadernetto i cui debiti bisognava saldare a fine mese, appena fosse arrivata “la paga”. Biavaròl, Lattaio, Luganeghèr, Fornaio, Ferramenta e Colori, Fruttariòl … sapevano tutto di tutti, ti vedevano nascere e parevano gente di famiglia … Nelle osterie fumose e giallastre si convergeva a bisbocciare, bere “un gòto”, fumare, raccontarsela di politica e lavoro e giocare a carte fino a notte alta davanti ai soliti che erano “amici e compari”, ossia “sòrma e bòni fioj” della vita da sempre.
Si finiva spesso fradici col cantare, ed era quasi normale che qualcuno venisse a ricondurre mariti e padri e fratelli e zii a casa “a braccia” dove c’era la moglie in ciabatte e vestaglia a fiori o la madre tondotta e carica di figli che teneva energicamente in pugno, pronta ad accoglierli, riempirli d’improperi e qualche pizzicotto fino a calargli qualche volta sulla zucca una buona ma amorevole randellata … In fondo continuavano a voler loro bene come i primi tempi della giovinezza, quando tutto era più facile e semplice e molto diverso dagli ultimi tempi.
Di mattina presto s’incontravano per strada Pescatoritrasandati, odorosi di “freschìn”, col secchio del pescato e dei molluschi, che andavano in giro a vendere e collocare porta a porta, nelle trattorie, osterie e ristoranti dov’erano conosciuti da una vita intera … Le donne calavano giù dai piani alti un cestino con la corda dove porci dentro il quotidiano già letto, la spesa, il latte e il pane portato a domicilio … oppure andavano in giro per la spesa cariche di sportule, borse e borsette … o tirandosi dietro uno sgangherato carrellino dalle ruote dondolanti che finivano per perdere per strada … Di ritorno dalla spesa donnine e vecchiette s’infilavano dentro a qualche bar o tabaccheria per bersi “un’ombra” o mangiarsi gli ultimi spiccioli giocandoseli al Lotto o sulle moderne macchinette mangiasoldi. Quasi ogni giorno c’era la fila all’entrata di certi sportelli dove si provocava la “Dea Fortuna” imbastendo e amalgamando numeri, sogni, desideri e cabale valutando quanto era accaduto di notte o capitato in casa e in giro per tutta Venezia durante il giorno.
Sul mezzogiorno, sul ciglio della riva o sulla porta di casa arrostivano il pesce sulla graticola nera e la carbonella inondando la Fondamenta di profumo e facendo venire l’acquolina in bocca a tutti i passanti.
Nei pomeriggi assolati e senza fine, alcune donne s’affacciavano alle finestre a chiacchierare con le dirimpettaie, o rimanevano rintanate in casa intente a canticchiare mentre preparavano la cena, o pulivano e spolveravano case povere, ma linde e lucidissime. Altre, invece, fra cui le più attempate, se ne rimanevano sedute in strada davanti a casa a “impiràr perle”, a pisolare, a lavorare a merletto, giocare a tombola,“giràr rosari”, o semplicemente a stare in “compagnia”spartendosi le novità e le preoccupazioni del giorno, mangiando l’anguria, cantando qualche vecchia canzone, o ripetendo vecchie usanze e proverbi, dicendo “strambotti”fino a “pisciarsi addosso dal ridere”… finchè poi calavano le ombre lunghe della sera.
Era una Venezia “estrema e periferica”, un po’ sfatta e concreta, aspra … Quella della Giudecca, Sacca Fisola, Castèo, Baia del Re e Santa Marta … Quella dei Centri Sociali raccogliticci, delle occupazioni abusive delle case sfitte, delle famiglie numerose di figli che a loro volta erano dediti ad occupare scuole, licei ed università intrigandosi a manifestare in piazza e per la strada. S’incazzavano, discutevano e s’arrabbiavano per davvero, scioperavano sul serio, pareva quasi un mestiere anche quello.
“Andavamo a caccia e aspettavamo fuori della porta i crumiri di turno … Non come oggi che si sciopera solo per scampare ed evadere interrogazione e lezioni … A Carnevale tiravamo addosso uova marce e borotalco alle donne in pelliccia per contestare lo scempio degli animali e della Natura … Facevano calare le serrande delle botteghe, bivaccavamo per giorni nei posti occupati fumando e facendo all’amore … e alla fine le ragazze rimanevano incinte … e allora erano guai e complicazioni per tutti, e ci toccava far giudizio finendo col sposarsi davanti all’altare o per lasciarsi e abortire fra mille problemi e difficoltà … Altri tempi ! … Ora le case del Comune e del Quartiere che occupavamo e frequentavamo tutto il giorno fino a notte fonda come fosse una nostra seconda casa, sono diventate rifugio dei tossici che sfondano porte e finestre murate e sbarrate, e tagliano la grossa catena che chiude l’entrata … Che miseria … Che tristezza …”

“Era una Venezia che a volte un po’abbaiava e ringhiava … Ma si sa: “Can che abbaia non morderà per davvero” … O per lo meno non lo farà sempre o spesso … La Storia ha sempre riservato sorprese … e ci ha raccontato che in questi posti un venditore di souvenir è diventato terrorista spietato, un gondoliere ha saputo diventare Campione Olimpionico … un umile Patriarca ha saputo trasformarsi da chierichetto figlio di contadini addirittura in Papa Buono …”

“Era una Venezia di Contrada, popolare, apparentemente ostica e furba, un po’ temuta e talvolta prepotente, ma in fondo erano tutti “buona e brava gente”, desiderosa solo di sopravvivere difendendo in qualche modo quel poco che aveva o considerava suo … Oggi è rimasto solo lo scheletro di quel tipo di persone, la sagoma e la fama di quei tempi … e qualche bulletto che cerca di darsi un tono provando senza successo ad ispirarsi a quei “nomi” che non ci sono più … Non è certo un barchino regalato dal papà, col motore grosso, la prua per aria e lo stereo sparato a mille … né i tatuaggi, la cresta in testa, l’orecchino e i pendagli che tappezzano il corpo … nè tantomeno la parola grossa, sboccata e provocatoria, il gesto intimidatorio che conferiranno a questi buzzurri un’identità simile a quella dei Veneziani di Contrada di ieri … Quelli sono inimitabili …”

“Quelli di oggi non sono dei duri, sono solo spacconcelli e sbruffoni, ragazzini esuberanti senza midollo …”

“Sono galletti, piccoli gaglioffi che vorrebbero incutere soggezione e mettere paura, ma che scapperanno subito quando arriverà uno “più forte e grande” che gli dirà soltanto: “Bùh !”

“La nostra Venezia di ieri era un po’ monotona e ripetitiva, non accadeva granchè … e non c’erano tutte queste folle e greggi di turisti asfissianti … Eravamo persone semplici, laboriose e ci accontentavamo di poco … La nostra vita accadeva lineare e un po’ piatta come le lunghe e uggiose giornate di pioggia invernali in cui Venezia sembra essere tutta uguale … Si finiva per vivere sempre lì dentro la propria zona e Contrada …”

“Pensa che mia sorella fino a quarantanni non è mai andata fino a Castello, dall’altra parte di Venezia … e mio suocero ha visitato Torcello solo a settant’anni … Immaginiamoci fuori dalla Laguna, altrove, in Terraferma … Andavamo in viaggio di nozze fino a Padova, solo i più fortunati raggiungevano Firenze o Roma …”

“Oppure fino a Napoli, dove ci hanno rubato puntualmente tutte le valigie e l’orologio appena giunti e usciti fuori dalla stazione dei treni.”

“La nostra era una Venezia dalla Storia incerta, composta di memorie traballanti a cavallo fra miti e leggende … Ne sapevamo poco, ed eravamo privi delle conoscenze e della rigorosità scientifica del ricercatori, degli storici e studiosi di oggi … Ricordo di un nostro vecchio amico di tanti anni fa, che chiamavamo “il professore”. Era un appassionato di “Venezianità”, e ci raccontava di certe sue indagini mai pubblicate, raccolte e scritte da lui su fogli e foglietti ingialliti con la sua tipica scrittura svolazzante … Mescolava fonti sconosciute e citazioni dei Classici Latini, interpretazioni personali e brandelli di vicende storiche autentiche … Ci diceva che in un tempo remoto a San Silvestro di Rialto esisteva un “Tempio pagano delle Lagune” antichissimo, collocato sotto a dove oggi si trova la chiesa chiusa … poco lontano dall’Emporio di Rialto. Era entusiasta di dirci quella sua scoperta tratta da un mozzicone di notizia … Ci raccontava tutto con grande fervore, quasi con un senso di conquista … Diceva di una Laguna prima ancora che ci fosse Venezia, i cui abitanti erano salinatori e pescatori, ma assidui devoti prima ancora che si parlasse di Cristianesimo … La Laguna era quindi già da allora un luogo mistico, un posto d’incontro fra Cielo e Terra, molto prima che le isole fossero punteggiate da tutte le chiese e i monasteri di cui sono rimaste le tracce e i resti oggi … Non esistono più persone del genere … quasi cantastorie, cantori entusiasti del Passato.”

“Ai nostri tempi Venezia era ancora contornata dal cordone sanitario delle isole con i manicomi di San Servolo e San Clemente, i sanatori della Grazia e di Sacca Sessola … Erano attive anche le “Batterie” e le “Polveriere” delle Isole, ancora occupate e vigilate dai militari come San Giacomo in Paludo, la Certosa, la Madonna del Monte e tante altre … Ricordo ancora le ombre dei militari armati avvolti nella nebbia che andavano avanti e indietro lungo i perimetri di cinta o dentro e fuori dalle loro buie garitte “facendo la guardia” al niente … mentre la Laguna era attraversata dai Trabaccoli carichi di legna, carbone provenienti dall’Istria, e dalle chiatte discese dai fiumi …”

“Quando sono giunto ad abitare a Santa Marta, ormai più di trent’anni fa, ho fatto a tempo ad incontrare e conoscere uno degli ultimi che hanno segnato per davvero la storia minima di quella contrada veneziana. Era una specie di piccolo “boss” rispettato e stimato da tutti … Un uomo arzillo e pimpante, sebbene ormai avanzato nell’età, e risiedeva proprio nel mio stesso condominio. Era un personaggio apparentemente tranquillo e silenzioso, rigorosamente abusivo nel suo alloggio dal quale entrava e usciva alternandolo con l’ospitalità delle “patrie galere” … Era temutissimo, “un nome”, e sapeva tutti i trucchi del “mestiere” conoscendo “morte e miracoli” un po’ di tutti. A vederlo, sembrava un po’ “un’arma spuntata”, uno che aveva “già dato” vivendo la sua stagione migliore, un mezzo rubagalline, ma, invece, la sua fama e prestigio era ancora vivissima e continuava a godere di ampia considerazione. Aveva ancora tutto un suo “entourage” che si riferiva e fidava di lui, e di cui lui all’occorrenza si serviva “smanacciando” in tutta la zona del Porto … Mi diceva un giorno accarezzando dolcemente i riccioli del mio bambino: “Ecco che cosa mi è mancato nella vita: un figlio … Ma ormai è troppo tardi, son quasi “cotto”, e le mie “attività” sono ridotte ad essere un po’ da pensionato … mi accontento di suggerire “qualche buona dritta e dar dei validi consigli” … Non ho più fisico per lasciarmi coinvolgere in azioni concrete più impegnative … Mi accontento di mangiare una volta al giorno …”
Mentre mi parlava l’avranno salutato almeno in venti passandoci accanto, e lui quasi ogni volta si avvicinava al loro orecchio per bisbigliare qualcosa … La sua intraprendenza e il suo “stile” tuttavia erano rimasti quasi intatti, anche se le sue “imprese” si era ridotte solo a impossessarsi dei tavolacci dei lavori pubblici fatti per strada per buttarli dentro alla stufa … o a gettare giù per la tromba delle scale un paio di Zingarelle troppo intraprendenti e dalle mani lunghe … insieme al loro grosso e determinato protettore che era accorso in aiuto.
Negli ultimi suoi giorno lo incontravo solo sul pianerottolo delle scale di casa, sempre gentilissimo e cordiale, con l’occhio ancora vispissimo e attento … finchè è giunto “al capolinea”, come diceva lui: “senza lasciare eredi e successori e portandosi “nel cassone” tutta la sua illustre fama”.

“Io, invece, ricordo un “poco di buono” che s’inventava ogni giorno mille cose per “sbarcare il lunario” per se stesso e la propria famiglia … Se comprava dieci sacchi di cemento per qualcuno arrivava con nove perché uno immancabilmente l’aveva “perso” ossia già piazzato per strada, o inspiegabilmente non glielo avevano consegnato. Lavorava, se lo faceva, dieci ore al giorno chiedendo che gliene fossero pagate o anticipate dodici o di più … Si sapeva quando partiva per qualche faccenda ma mai quando sarebbe tornato perché aveva sempre da compiere “complessi giri extra” da cui doveva trarre obbligatoriamente “qualcosa” … Se partecipava a un trasloco c’era sempre qualche cosa “inutile” da piazzare, un fagotto che “avanzava”, o qualche pezzo che prendeva in prestito e affidava “momentaneamente” a qualche rigattiere o antiquario compiacente. Chissà perché quando passava o c’era lui accadevano sempre cose inverosimili, o finiva per mancare misteriosamente qualcosa.
Però con lui e con i suoi metodi si riusciva anche a portare a termine con successo diverse “procedure e affari in sospeso”, e qualche volta si riusciva a sciogliere impedimenti imbrogliati e intoppi burocratici che andavano troppo per le lunghe … Ci pensava lui … Entrava in qualche ufficio, borbottava qualcosa in qualche orecchio, fermava qualche impiegato per strada, o andava in giro a “salutare” qualcuno o suonava qualche campanello d’abitazione …
“Ma come ha fatto ? … Come è riuscito ?”
“Mah ! … Miracolo ! … Mistero ! ” diceva guascone e sorridente intascando il meritato premio di mancia. Un giorno ci rivelò il suo trucco: “Dico solo che non ho alcun problema a dare loro fuoco alla casa … Non ho niente da perdere … Perciò loro ci cascano …”
Più di qualche volta chiedeva piccoli prestiti in contante da restituire entro un mese “promettendolo su moglie e figlia” … ma si sapeva già che quei soldi non si sarebbero più rivisti … Se ne “dimenticava” sempre …
“La mia memoria non è più buona come quella di un tempo … Beh … per questa volta, nel dubbio, scriviamoli sul ghiaccio …”
Diceva sempre di non aver mai bisogno di niente e di nessuno, non chiedeva mai “la carità”, odiava gli enti assistenziali e l’andare a chiedere l’elemosina per strada o in giro per le chiese e i conventi, ma più di qualche volta la sua famiglia languiva nel freddo dell’inverno, indossava abiti dismessi dai vicini di casa, mentre lui trascorreva ore davanti alle macchinette mangiasoldi o delle scommesse impegnandosi allegramente, visto da tutti, fino a 200-300 euro al giorno.
“Io so bene il fatto mio … e conosco bene queste cose … E’ solo questione d’imbroccare la combinazione giusta … e prima o poi sono certo che faranno la mia fortuna …” ripeteva sempre dentro al capannello che gli si formava inevitabilmente intorno. Nessuno mai l’ha visto vincere qualcosa …”

“Non c’è più neanche Gina che abitava di fronte a noi col suo balcone ricoperto da una cascata di fiori coloratissimi. La vedevamo spesso in cima ad una sua scaletta sgangherata intenta a canticchiare spensieratamente “Canzoni d’Amore” mentre cambiava ancora una volta le tende del soggiorno seguendo le stagioni dell’anno … Poco prima di Natale metteva su quelle lavorate e pregiate, “le tende buone per le Feste” … poi c’erano quelle “sgargianti e fiorite” adatte a Carnevale e Primavera. Più tardi era il turno di quelle traforate ed estive, sottili e leggere come una garza … per poi ritornare in autunno a quelle eleganti, ma “neutre e da battaglia” adatte per un salotto che fosse “di tutto rispetto … almeno fino a Natale.”
Oggi sul suo terrazzino è rimasto solo un mucchietto di vasi vuoti ammassati in un angolo sotto alla nuda e spoglia ringhiera di metallo. Sotto alle finestre dagli scuri sbiaditi che stanno andando in pezzi, è appesa una bandiera colorata “della Pace” slavata dalla pioggia e un lenzuolo sbrindellato con la scritta: “NO GRANDI NAVI !”. Non s’intravede più il salotto superspolverato e tirato perfettamente a lucido con la cera sul pavimento … si nota ora una bandiera nera dei pirati appesa alla parete e un poster di una giovane donna nuda con un lato arricciato e penzolante … Roba da studenti miserelli e sfaccendati …”

Potrei aggiungere mille altre cose e aneddoti di quella che è stata indubbiamente una Venezia più modesta, di seconda mano, ma in ogni caso non priva di un suo fascino. E’ come andare a frugare dentro alle pieghe di un vecchio abito elegante e prezioso ma dimenticato … con i buchi delle tarme, lo strappo ricucito e i bottoni mancanti andati ormai perduti.
“Si tratta comunque di una Venezia che oggi si prolunga e continua in quello che da anni spaccia sotto agli occhi di tutti, e si porta a letto la moglie spiantata del vicino che si paga in questo modo la dose … La Venezia dello sballo e del girare a vuoto su se stessi intasando fino a ore impossibili il Campo Santa Margherita e le zone limitrofe, costringendo la gente che vive in quei posti a trincerarsi, premunirsi, armarsi di telecamere, cancelli, dissuasori e quando altro … Inducendo le vecchiette già alle sei di sera ad inciampare fra mille piedi immobili sui gradini del ponte intasati di gente, indotte a chiedere il permesso per passare e a difendersi perché riprese malamente da quattro giovinastri squattrinati …”

“E’ anche Venezia delle coppiette che si appartano a far l’amore facendo dondolare la barca in mezzo al niente della laguna … la Venezia del vagabondo che dorme fra i cartoni sotto ai portici, in fondo a una calle, su di una panchina sotto al People Mover, o negli angoli più impensabili dei palazzi e delle Contrade usando come cuscino una borsa con tutti i suoi pochi averi.”

“E’ vero … è una Venezia un po’ squallida, senza trucco, scapigliata, di seconda mano … ma che in ogni caso accade ed esiste accanto a quella splendida dei turisti, delle manifestazioni internazionali, dei personaggi e dei convegni. E’ Venezia anche questa … un po’ color seppia, da dagherrotipo e vecchia stampa. Venezia un po’ dell’altroieri che va sfacendosi, consumandosi e scomparendo … o è già scomparsa del tutto.”

E’ come se si sciogliesse al sole un’epoca, portata via dall’ennesimo trasloco o dentro alla tomba di uno degli ultimi vecchi che ha terminato d’interpretare certi ruoli, certe storie e certi modi di fare.
Una Venezia anche così …
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~ di stefano dei rossi on 27 Giugno 2015.
http://venezia2012.blog.tiscali.it/2015/06/27/%E2%80%9Cuna-venezia-%E2%80%A6-intorno-al-pozzo-%E2%80%9D/?doing_wp_cron